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DESCRIZIONE ARTICOLO

 

 

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LA SCOLARESCA COME GRUPPO DI LAVORO.......(di Pier Luigi Lando)

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COMPORTAMENTO: IL CERVELLO TRINO.........(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo COMPOR.....

AZIONE EUROPEA ASS. I.N.S.E.U. CONTRO LE DROGHE 
"European Action on Drugs" - IL FENOMENO DROGA DALL'OTTICA ECO-PSICO-SOCIALE........(di Pier Luigi Lando)

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IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE?......(di Massimo Catalucci)
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PSICOBLOG: CHI C'E' DIETRO QUEL NICKNAME?.......(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo PSICOBLOG......
CICCIA E' BELLA............(di Massimo Catalucci)
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AFORISMI: Qual è il tuo?..........(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo AFORISMI...
DAP: DISTRUBO da ATTACCHI di PANICO....(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo DAP:DISTURB...
SESSUALITA' - Vale la pena di parlarne e...............(di Maria Zampiron) Vai all'articolo SESSUAL....
PROGRAMMAZIONE NEUROLINGUISTICA  (PNL)....(di Massimo Catalucci)
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COMPORTAMENTO: Vantaggio Secondario........... (di Massimo Catalucci) Vai all'articolo_COMPORT.....
DISAGIO SOCIALE: Individuale e Collettivo...........(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo_Disagio .....
PEDAGOGIA - RECENSIONE: LIBRO DI THOMAS GORDON - UN'INDICAZIONE BIBLIOGRAFICA TRA LE PIU' UTILI E ACCESSIBILI PER L'EDUCAZIONE DEI FIGLI...........(di Pier Luigi Lando) Vai all'articolo_Recensione .....
LA COPPIA: EFFETTI COLLATERALI DELL'INNAMORAMENTO.....(di Massimo Catalucci) blog.libero.it/BRAVEHEART63/7655484.html 
NOI EDUCATI...........(di Massimo Catalucci) blog.libero.it/BRAVEHEART63/7612427.html
LE FOBIE: DOVE FINISCE LA PAURA ED INIZIA LA FOBIA?..........(di Massimo Catalucci) blog.libero.it/BRAVEHEART63/4376942.html
IL POTERE DECISIONALE INDIVIDUALE..........(di Massimo Catalucci) Vai all'articolo IL POTERE .....

 

DISAGIO SOCIALE: Individuale e collettivo.

Avete notato come tutti i giorni sentiamo frasi preoccupanti su giornali e radio-tv-giornali? Ne riporto di seguito alcune per poi riflettere insieme a Voi sulle responsabilità del disagio:

  • Aumentano i precari, diminuisce il lavoro a tempo indeterminato.
  • Il disagio urbano aumenta: nelle persone, nei gruppi nelle comunità.
  • Le famiglie sono più povere;
  • Stiamo toccando il fondo, siamo nel periodo peggiore della storia dell’umanità.
  • I giovani non hanno valori e punti di riferimento sani.
  • La scuola è un disastro, la stanno distruggendo.
  • La viabilità stradale è diventata assurda.
  • L’ambiente è contaminato dallo smog dei gas di scarico, dai campi elettromagnetici, dalle onde sonore, dallo smaltimento abusivo dei rifiuti tossici, ecc..
  • Nel 2009 oltre un miliardo di persone è a rischio di morte per mancanza di cibo nel mondo.
  • L’obesità è in aumento. Nel 2014 si stima che i malati di diabete, causa l’obesità, in Italia saranno circa 4,5 milioni di persone.
  • Sono in aumento le tragedie familiari. Persone che uccidono i propri familiari sono quasi ogni giorno sui giornali e notiziari radio e tv.
  • Il 70% degli Italiani soffre di malattie determinate dallo stress e che possono rivelarsi fatali. Ne consegue un abuso di prodotti farmacologici.

Guardando al mondo giovanile troviamo inoltre quanto segue:

  • Aumento della dipendenza da droghe.
  • Abbassamento dell’età media dell’inizio di abuso di alcoolici ed aumento della dipendenza da essi.
  • Inserimento in clan camorristici e spacciatori di droghe nel Sud Italia, mentre  si formano “baby gang” nel Nord.
  • Aumento di delitti per motivi spesso superficiali.
  • Aumento del fenomeno di bullismo in particolare nelle scuole e nelle strade.
  • Aumento della sfiducia nelle pubbliche istituzioni e nei loro rappresentanti.
  • Cinismo, individualismo, egoismo e materialismo sempre più diffusi.
  • Abbassamento del livello di istruzione.


A tutto questo è interessante considerare che sono in aumento i comportamenti suicidari, generati da forti disturbi psichici e grande tendenza ad accusare stati di: ansia, attacchi di panico, anoressia e bulimia e depressioni varie.

Nel gruppo familiare, possiamo notare  “problemi” relativi a:

1) cambiamenti profondi nel pensiero inconscio dell’individuo con manifestazioni negative sul comportamento;

2) Abbassamento del rendimento scolastico da parte del giovane;

3) Mancanza di interesse e/o capacità di comunicazione;

4) Aumento di aggressività e ribellione, con tendenza dei giovani a squalificare “figure autoritarie” (p. es., insegnanti, genitori, preti, poliziotti, etc.);

5) Affiancamento di persone poco raccomandabili;

6) Utilizzo, da parte dei giovani, di espressioni verbali scandalosi in presenza di adulti.

Credo di aver fatto un "bel" quadro e se non completo, quasi, di ciò che viene spesso messo in risalto dai mass media

Ora la mia domanda è:

Chi è responsabile di tutto ciò?

Mi sono dato questa risposta alla quale mi aspetto i Vs. graditi commenti.

Senza andare a fare una considerazione di ciò che accade in tutto il mondo, ma soffermandomi solo su quello che avviene nel mio piccolo mondo, quella realtà urbana in cui vivo, mi sono reso conto che i responsabili di ciò che accade siamo tutti noi.

Mi spiego meglio.

Tutti, o comunque la maggior parte di noi,  siamo sicuramente pronti a dire che questo non è vero e che i responsabili di quello che accade sono “………………..” e qui ognuno conclude la frase con chi ritiene che abbia specificamente la responsabilità di quello che accade e di cui ho riportato sopra un’ampia panoramica.

Ma questo pensiero, anche se trova il referente soggettivo specifico quale causa del problema/disagio, toglie in qualche modo chi sostiene questa tesi, dalle proprie responsabilità. È come dire, io non c’entro e non posso fare nulla, è “Tizio” o “Caio” che devono dare risposte e risolvere il problema/disagio che esiste nella nostra società/comunità.

A questo punto è bene fare una precisazione in merito ai termini società/comunità. Per comunità intendiamo un insieme di individui legati tra loro da uno o più elementi di comunione e riconosciuti singolarmente da ogni persona. Possiamo altresì dire che, l’elemento condiviso dal gruppo, si trova nello stesso ambiente fisico nel quale sono presenti anche determinate dinamiche relazionali.  E già questo aspetto forse ci indica che la responsabilità andrebbe suddivisa all’interno del gruppo (società/comunità), tra gli attori che ne fanno parte e che ne condividono uno spazio specifico oltre agli elementi in esso contenuti

Ma forse, un dato specifico che ci indica da dove partono gli esempi di responsabilità ce lo abbiamo e questo ci riconduce inevitabilmente alla figura umana di un adulto. Sappiamo che i giovani infatti, sono il futuro e gli uomini della società di domani. Ma allo stesso tempo vivono la società di oggi e, la società attuale, è governata dagli adulti e come tali credo che le responsabilità di quello che accade partano proprio da questi ultimi (io compreso).

Sono del parere che non avremo mai una società rispettosa, antirazziale, produttiva, evoluta e economicamente agiata, fino a quando gli esempi (adulti) non saranno conformi alle aspettative dei giovani.

Facciamo finta di ascoltarli, parliamo dall’alto dei nostri pulpiti, ma quando dobbiamo metterci in gioco, accettando le loro critiche, tiriamo fuori il nostro titolo, la nostra età, il ruolo che ricopriamo e sviamo in qualche modo la responsabilità di costruire il mondo come i giovani veramente desidererebbero.

Giorni fa ho partecipato ad un Convegno dal titolo: “Disagio Urbano: nelle persone, nei gruppi, nella comunità”; tenutosi presso la Sala Protomoteca del Campidoglio a Roma.  A tale Convegno partecipavano al tavolo dei conferenzieri, personaggi qualificati che offrivano il loro contributo professionale su cosa è necessario fare per risolvere il Disagio in cui vertono molte persone e le comunità intere.

È inutile sottolineare, quanto ben articolati sono stati gli interventi dei professionisti, ricchi di molti contenuti e sani principi.

Purtroppo però, tutto quello che appare sensato e di notevole attenzione verso il sano e coerente esempio socio educativo, è risultato, come spesso accade, contestualmente incoerente nella pratica.

Mi spiego.

Mentre gli adulti esprimevano l’importanza che si deve dare con il proprio esempio vivente ai giovani, dimostrando che attraverso la politica del “fare” oltre che del “dire”, si acquisiscono dettagli nella memoria che rimangono indelebili, gli stessi, assumevano atteggiamenti contrari a quelli verbalmente espressi.

Porto solo un esempio. Il professionista che si trova al tavolo dei conferenzieri, se utilizza diverse volte il suo telefono cellulare nel corso della conferenza, nessuno gli dice che tale comportamento è in antitesi con i principi di esempio che nella stessa riunione si intende far passare. Ma se questo accade ad una ragazza della scolaresca seduta in platea (erano presenti al Convegno su indicato classi di Istituti Socio-Psico-Pedagogici), quest’ultima potrebbe venire immediatamente ripresa dalla sua insegnante (o altro adulto accompagnatore o presente) per cui le verranno fatte le seguenti osservazioni:

  • È maleducazione. Quando si è in riunione il telefono va spento;
  • Se rispondi sempre al telefono, probabilmente non trovi interessante quello che stanno dicendo i relatori;
  • A te piacerebbe se qualcuno, mentre stai parlando con lui,  facesse qualche altra cosa senza prestarti attenzione?
  • Spegni quel telefono altrimenti te lo ritiro e te lo consegno alla fine del Convegno.
  • Avete sempre questi telefonini accesi! Ma che avrete mai da dirvi!

Questo di solito e quello che accade in una situazione simile. Nello stesso ambiente troviamo l’adulto ed il giovane che però hanno due ruoli diversi. Il fatto è che il ruolo pesa, infatti laddove l’adulto può dire e fare quello che vuole, il ragazzo no.

Naturalmente l’adulto motiverà anche con molta attenzione e logica, il fatto che lui, se utilizza il telefono cellulare anche durante il Convegno, è solo perché ha molti impegni e responsabilità oltre l’evento a cui sta prendendo parte e quindi, il suo comportamento è razionalmente giustificato, perché deve rispondere ad altre persone che lo contattano per motivi molto importanti.

Quanto motivato dall’adulto, anche bene e con molta logica, influisce però emotivamente sul ragazzo in modo negativo, perché lo stesso accusa comunque uno stato di disagio, che potremmo azzardare di tradurre in pensieri che lo stesso può generare e che possono essere di questo tenore:

  • Tu adulto puoi farlo ed io no;
  • Tu adulto dici quello che va fatto ma tu non lo fai;
  • Tu adulto eserciti il tuo potere del ruolo su di me ed io devo sottostare.
  • Tu dici che vuoi ascoltarmi ma se ti faccio notare che oltre alle parole io osservo i fatti, continui ad essere sordo e ad avere i tuoi soliti atteggiamenti.
  • Se mi chiudo e non comunico mi dici che sono un soggetto disagiato.
  • Se continui a “dire” e “non fare” quello che dici sia giusto “dire” e “fare”, farò in modo che tu possa notare ciò che io faccio e che è il contrario di quello che tu dici verbalmente di fare.  
  • Il mio disagio sei tu, adulto. 

A tal proposito, mi viene in mente la scena di una ragazza chiamata a commentare gli interventi dei relatori. La stessa dopo diversi tentativi da parte dell’adulto di indurla a commentare, si ritrova con un microfono in mano in piedi con gli occhi addosso e le orecchie pronte ad ascoltare di circa 150/200 persone, in particolare, gli occhi e le orecchie delle compagne di scuola. L’adolescente inizia subito dicendo:

 

 

 

Credo che sia significativa la denuncia della giovane ragazza. Occorre quindi riflettere sulle responsabilità che all’interno di una società devono sicuramente partire dall’adulto, ma successivamente, devono approdare nel giovane che, sappiamo, se messo nella condizione di capire (attraverso i fatti degli adulti)  che le responsabilità di ciò che accade in una comunità sono di tutti, comprenderà più facilmente che anche lui, nel caso di un qualsiasi disagio giovanile, ha la sua responsabilità, se non altro di domandarsi perché accade quello che sta vivendo e come poter fare, magari con l’appoggio dell’adulto coerente, per far fronte allo specifico problema/disagio, tramutandolo in un a opportunità di crescita personale e sociale.

Ringrazio anticipatamente quanti commenteranno il presente post.

(per commentare

 

 

Cordialmente

Massimo Catalucci

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RECENSIONE

 

Libro di Thomas Gordon Ed. La Meridiana

 

 

 

 

di Pier Luigi Lando


            Da diversi anni genitori ed educatori sono oggetto di particolare interesse da parte di addetti ai lavori. Nonostante le buone intenzioni di scrivere in modo comprensibile per un pubblico di utenti il più possibile vasto, in pratica, poi, il linguaggio di tali addetti difficilmente raggiunge lo scopo.

            D’altro canto nel nostro Bel  Paese lo sviluppo delle discipline attinenti l’educazione dei soggetti in età evolutiva, grazie anche al vigoroso apporto dall’estero, è iniziato dopo l’ultima guerra, per cui, per quel che riguarda l’educazione dei piccoli, ci si era del tutto affidati al buon senso comune, nonché a vari espedienti che mirano ad ottenere comunque lo scopo, ossia l’adeguamento comportamentale degli educandi alle direttive dei grandi.

            Il termine pedagogia per gli Addetti significa guidare un bambino illuminati da un’adeguata conoscenza dell’educando. In pratica, spesso, lo si è inteso nel senso di condurlo arbitrariamente verso  gli obiettivi dell’”educatore” oppure lasciare che “il veicolo” prosegua da solo. Educare: il suo vero significato, implicito e indissolubile dal su accennato termine di pedagogia, è quello di favorire le potenzialità evolutive del bambino, mentre per tanti adulti forse tuttora significa inculcare determinate norme di comportamento.

            In genere l’orientamento  pedagogico si è espresso secondo una vasta gamma che va dal più deresponsabilizzato e deresponsabilizzante lassismo al più severo autoritarismo, più o meno con il sostegno di famosi addetti i cui metodi appaiono anche contraddittori,  al punto da frastornare i destinatari che non sanno più a chi dare retta.

            Il volume di Thomas Gordon: “Genitori efficaci – Educare figli responsabili” (edizioni la meridiana) si dimostra tra i più rispondenti alle esigenze educative sia per il linguaggio sia per le numerose esemplificazioni relative alle più diverse e comuni situazioni problematiche in cui essi si possono trovare quotidianamente, ossia essere fermissimi.

            Tra i più utili e chiarificanti argomenti c’è, nella soluzione dei conflitti, quello di considerare criticamente i due metodi tuttora dominanti nella nostra cultura: quelli indicati come Metodo I e  Metodo II che danno per scontato che una delle due parti debba predominare, Insomma, al momento, non si fa generalmente caso al fatto che l‘instaurazione di una specie di braccio di ferro tra genitori e figli, cioè di un campo di scontro frontale comporti dei vinti e dei vincitori.

            Ciò che si reprime si potrà comportare come una molla o un gas, cioè un ordigno che prima o poi potrà causare danni, ma altrettanto negativo è il lasciar correre irresponsabilmente, ossia essere permissivi.

            Ancora più gravi conseguenze si potranno avere quando, come di solito avviene, un genitore è per l’eccessivo permissivismo e l’altro per la più rigida disciplina. Tramite segnali contraddittori, Pavlov procurava sperimentalmente la nevrosi nei cani.

            Altro dannoso metodo educativo è il ricorso alla falsa motivazione per cui si tende a incentivare un determinato comportamento dei figli in vista di un premio.

            Di particolare interesse nel libro di Gordon è l’esposizione delle conseguenze deleterie che di solito si hanno nell’imporre autoritariamente la propria volontà da parte del genitore di vista del genitore (Metodo I) o al contrario nel darla  vinta ai figli (Metodo II). Sia l’uno che l’altro estremo rischiano di provocare quei comportamenti, sia nell’ambito familiare sia in quello scolastico, ivi inclusi i fattacci i cui responsabili sono i giovani e di cui le cronache abbondano

            Il Metodo III, è auspicato e illustrato in una amplissima casistica dall’autore, si inserisce nelle strategie volte a educare nel modo più adeguato i figli, ottenendo il loro coinvolgimento collaborativo, evitando così conflitti distruttivi e relative nefaste conseguenze sopra accennate. 

            Una sempre più diffusa consapevolezza degli ingannevoli risultati che si possono ottenere con i metodi educativi tradizionali adottati e un’approfondita conoscenza delle su accennate metodiche potrebbe dare l’avvio a una nuova era per i rapporti con i nostri simili-

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Pier Luigi Lando

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COMPORTAMENTO: Vantaggio Secondario

Sono convinto che ogni nostro comportamento,  anche quello meno desiderato e considerato da noi quindi negativo,  nasconda in realtà un vantaggio secondario che è il propulsore di quello stesso comportamento.

Mi spiego meglio.  Sarà capitato sicuramente a qualcuno di noi almeno una volta nella vita di trovarci in una situazione nella quale abbiamo percepito la sensazione di non avere nessuna possibilità di scelta, come fosse un comportamento coatto,  obbligato,  che preferiremmo sostituire con qualcos’altro;  oppure trovarci nella condizione di voler fare qualcosa che non riusciamo a fare, qualcosa che vorremmo fare ma ci viene impedito da qualcuno o qualcos’altro.

In una delle probabili condizioni su indicate è fuori dubbio che dentro di noi vige un conflitto tra i nostri desideri consci e la struttura di quelli inconsci.

Mentre avvertiamo consciamente le sensazioni spiacevoli di un nostro comportamento indesiderato,  ritenuto da noi non soddisfacente per la nostra persona quali organismi totali adulti,  contestualmente cerchiamo di motivare razionalmente quello che facciamo,  tralasciando un aspetto molto importante,  quello relativo alla nostra parte inconscia.

L’inconscio è molto più potente della coscienza e dei nostri veri bisogni ne sa molto di più della coscienza stessa.

Eppure,  anche laddove questo concetto sia considerato vero,  nel momento in cui l’inconscio cerca di comunicare con la nostra parte cosciente attraverso un suo “linguaggio”  ben definito non siamo quasi mai preparati e pronti a riconoscerlo.

Abbiamo detto che in ognuno di noi,  l’inconscio,  ne sa molto più della parte cosciente e di quello che desidereremmo nel nostro intimo più profondo, per cui diventa sempre più evidente che intende comunicare con la nostra parte conscia.

Ok, ma in che  modo l’inconscio comunica?

E se dicessi che l’inconscio comunica spingendoci ad assumere proprio quel comportamento che vorremmo evitare, oppure a non assumere quel comportamento specifico che desidereremmo mettere in atto e che tuto questo lo fa con il fine di proteggerci da qualcosa che ritiene svantaggiosa per noi?

Strano, vero? Qualsiasi persona se dovesse commentare quanto ho appena detto, probabilmente, direbbe che ciò è illogico, irrazionale.

Infatti è vero ciò!

Da un punto di vista razionale, è sicuramente impensabile, ma siccome stiamo parlando della nostra parte emotiva, di ciò che risiede nell’inconscio, in quella parte profonda di noi, dove le regole della razionalità non trovano spazio,  il tutto assume un linguaggio diverso da quello logico.

Potrei aggiungere che il modo di fare dell’inconscio, ad esempio quello di  spingerci ad assumere o meno uno specifico comportamento,  è come se lo facesse per  attirare la nostra attenzione su alcuni aspetti importanti del nostro vissuto, ai quali noi generalmente non facciamo riferimento consciamente.

Allora se il modo di funzionare dell’inconscio è anche quello di spingerci obbligatoriamente, in maniera “coatta”, a creare comportamenti indesiderati, quale potrebbe essere lo scopo finale che lo stesso inconscio si prefigge?

Forse, se non ci limitassimo solo a considerare il comportamento indesiderato quale fastidio e cominciassimo a chiederci cosa si nasconde dietro ad esso, probabilmente scopriremmo che c’è una parte di noi con la quale dovremmo instaurare un “dialogo”, un rapporto di rispetto e collaborazione.

In noi esistono più parti che ci compongono.

Grazie a quel fantastico biocomputer (cervello), di cui siamo dotati, dalle sue caratteristiche infinite di produrre, generare, continuamente pensieri consci ed inconsci, siamo in grado di creare anche molte parti all’interno del nostro sistema psicoemotivo, che possono incorrere  in conflitti tra loro.

Questi conflitti interiori, potrebbero essere celati proprio dalla nostra parte inconscia, la quale evita di farli affiorare alla nostra coscienza perchè ritiene che ciò non sia per noi produttivo, almeno fino a quando non  avremo messo d’accordo proprio le parti inconsce che si trovano in conflitto tra di loro.

Rimane il fatto che proprio ciò che riseiede nella nostra parte più profonda, abbia il sopravvento sulla parte conscia governando i nostri comportamenti.

 

 

 

Comprendo che ciò può destare quanto meno perplessità,  in particolare per chi è molto logico e razionale e che non sia facile da pensare consciamente quello che ho appena affermato e quanto sto per dire, ma in noi possono coesistere diverse parti di cui non siamo coscienti ma che in qualche modo hanno la funzione di prendersi cura di noi,  facendoci fare appunto anche cose che vorremmo evitare.

A questo punto,  potrei  esasperare il concetto con questo esempio:

immaginiamo una bella donna, con una silhouette armoniosa e magra. Nel tempo i rapporti con il suo partner cominciano a vacillare e la coppia non vive più l’intesa e la complicità che viveva quando si erano conosciuti.

La donna ha anche avuto un’educazione molto rigida ed ha sviluppato delle convinzioni dentro di sé che le dicono che l’uomo con il quale vive, dovrà essere quello per tutta la vita e poi, ci sono anche i figli e per lei,  loro sono comunque da proteggere.

Quindi diventa impossibile per questa donna immaginare di crearsi una nuova relazione di coppia e tutto questo sviluppa nel suo sistema psichico un turbamento emotivo.  Comincia a vivere malamente sia il rapporto con il partner che con i figli e questo può estendersi anche alla sua vita sociale nelle relazioni con gli altri, anche al di fuori della famiglia, nelle relazioni interpersonali in generale, ma soprattutto con se stessa.

Ma la donna ha l’esigenza di appagare ugualmente un bisogno emotivo che si agita dentro di sé e lo fa generando un nuovo comportamento che in questo esempio,  possiamo immaginare che trovi sfogo nel canale dell’alimentazione.

Il suo modo di alimentarsi cambia e lei comincia anche a cambiare le misure del suo corpo, trasformando la sua silhouette armoniosa in una forma corporea più evidente ma non invitante.  Lei è consapevole che quel corpo non le appartiene,  non lo vuole,  ed entra in conflitto ulteriormente con se stessa,  come se ci fosse qualcosa dentro di lei che le dicesse:

“guarda che corpo che hai creato! Devi smettere di mangiare nel modo come lo fai!”

Ma nonostante tenti qualsiasi intervento, anche le diete mediche controllate,  non riesce a tornare come prima.  Anzi,  diciamo che aumenta il suo stato di stress psicofisicoemotivo.  Dimagrisce ma poi riprende peso.  Non riesce a capire perché,  lei che ci teneva molto alla sua silhouette armoniosa e magra, vive ora una situazione antipatica e stressante.

Ora la donna anche se cosciente del degrado in cui verte il suo fisico, si trova in una situazione dove ,  avverte un grado eccessivo di insoddisfazione a cui cerca di dare razionalmente diverse giustificazioni.

In qualche modo crea “etichette” che possano dare luogo a risposte razionali.  Comincia a fare obiettivi della sua insoddisfazione qualcosa o qualcun altri.  Deve in qualche modo giustificare a se stessa (e forse ad altri) razionalmente, quale donna adulta e consapevole delle proprie azioni e capacità, la sua insoddisfazione psicofisicaemotiva .

Valutando il quadro descritto sopra, non mi meraviglierei di scoprire ad esempio che il vantaggio secondario del suo comportamento indesiderato (alimentazione scorretta) sia quello di proteggerla dall’eventualità di crearsi un nuovo rapporto di coppia che a questo punto, potrebbe rivelarsi come una libertà eccessiva e quindi trasgressiva.

Una libertà che le viene invece vietata dalla “sentinella” che risiede nel suo inconscio e che le dice che se dovesse continuare ad essere una bella donna apprezzabile fisicamente, potrebbe essere oggetto di attenzioni per l’altro sesso, spingendola appunto a trasgredire.

Ma questo lei non se lo può permettere perché il suo senso del dovere le impone di mettere in evidenza (eccessivamente) la sua famiglia, i suoi figli ed il marito (…un uomo è per sempre a qualunque costo…..).

Queste sono le regole alle quali risponde ora la donna e che le sono state indotte, prima  attraverso vincoli sociali e successivamente sono diventate la base del vincolo individuale che si è creata e al quale crede profondamente dentro di sé,  divenendo il riferimento inconscio che la spinge ora verso una direzione piuttosto che nell’altra.

Ecco quindi che ritorna prepotentemente la necessità di instaurare un dialogo con la parte o le parti  responsabili del comportamento ritenuto indesiderato dalla persona stessa, affinché si possa creare un vero e proprio rapporto di collaborazione tra la coscienza e l’inconscio.

Questo passaggio è essenziale in quanto getterà le basi per elaborare nuove alternative di comportamento, che possano compensare, se non soddisfare al meglio, la funzione che la parte responsabile del comportamento indesiderato tentava di assolvere dietro la sua spinta emotiva, inducendo il soggetto a fare o non fare una determinata cosa.

In questo articolo ho voluto enfatizzare(1) il concetto di “vantaggio secondario” con l’esempio di un racconto immaginario, che prende comunque spunto da possibili situazioni che si potrebbero riscontrare nella vita reale.

Invito però gli utenti ad evitare di attribuire quanto da me descritto in questo articolo a proprie situazioni personali,  le quali necessitano sempre ognuna di una valutazione frontale ed individuale.

In questo spazio mi interessa solo muovere alcuni argomenti che possono essere oggetto di riflessione e discussione tra i lettori di queste pagine web.

Cordialmente

Massimo Catalucci

(1)enfatizzare: mettere in evidenza, in risalto con la parola.

 

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Programmazione Neurolinguistica (PNL)

Con il termine Programmazione Neurolinguistica, si vuole esprimere in sintesi quello che un essere umano svolge nel corso della sua esistenza, attraverso il suo comportamento.
Il Pensiero Conscio o Inconscio che sia, è ciò che genera il comportamento che lo stesso essere umano assume  relativamente ad un fatto. Il comportamento, quale espressione verbale e non, di riflesso innesca una forma di pensiero.
Come esseri umani, possiamo considerarci delle perfette macchine biologiche che riescono a riprodurre un'infinità di comportamenti.
Potremmo azzardare un termine dicendo che siamo dei bravissimi "replicatori".
Senza rendercene conto, replichiamo, ricalchiamo continuamente esempi che si trovano nei contesti in cui cresciamo.
Questi esempi diverranno "vincoli sociali" che saranno poi filtrati e daranno vita ai "vincoli individuali" che ci guideranno nel corso della nostra esistenza.

  • Alcuni di questi "vincoli individuali" avranno delle caratteristiche potenzianti, ovvero, saranno porte che si  apriranno verso l'esterno, dandoci l'opportunità di scorpire nuove prospettive per farci raggiungere i nostri obiettivi  in qualsiasi campo e conformemente al nostro sistema psicofisico emotivo ordinario;
  • altri avranno delle caratteristiche limitanti, ovvero, saranno porte che si apriranno al'interno di stanze chiuse, magari  molto grandi e spaziose, con arredamenti bellissimi, ma dove, al di la di qualche finestra che può lasciare intravedere all'esterno panorami magnifici ed allettanti, rimangono sempre stanze circoscritte da muri, di cui conosciamo bene ogni angolo, ma dalle quali non riusciamo ad uscire o preferiamo non uscire, per paura di lasciare qualcosa che, anche se non ci piace è pur sempre qualcosa che conosciamo bene, rispetto a quello che potremmo trovare fuori e di cui non ne conosciamo le caratteristiche né i risvolti.


Come "replicatori" quindi, sia nel caso del vincolo individuale potenziante che in quello limitante, una volta che  inneschiamo il meccansimo di replica, ci rimane dificile cambiare registro.

Tessiamo continuamente dei fili molto sottili che a lungo andare formeranno una grande corda.

Avete mai visto quelle grandi corde di canapa che tengono ormeggiate grandi imbarcazioni nei porti o che vengono usate per issare a bordo merci?

Se provate ad avvicinarvi ad esse, vi rendereste conto che sono formate proprio da sottili filamenti, che, se presi uno  per uno, potremmo  romperli con molta facilità, ma siccome sono messi uno insieme all'altro, riescono ad avere una resistenza allo  strappo, talmente consistente, che una grande imbarcazione o un peso di molti quintali, non riescono a spezzare.

Con questa metafora, ho voluto indicare come i vincoli individuali potenzianti o limitanti hanno la stessa struttura.
 

E questo è un elemento significativo che ci permette anche di intravedere nel pensiero umano, la possibilità di riprogrammarci, per assumere comportamenti più confortanti per il nostro essere.

Per ottenere un cambiamento di un comportamento indesiderato è  però necessario sciogliere prima la “robusta corda” del “vincolo limitante” e successivamente,  lavorare sui sottili filamenti per spezzare le connessioni che ci legano ad esso.


La Programmazione Neurolinguistica, è quindi una disciplina olistica, che non si preclude la possibilità di sperimentare quanto gli esseri umani riescono a produrre realtivamente a forme di pensiero e strutture di linguaggi verbali e non,  evitando di sposare un'unica verità, intenderla com la sola valida e non modificabile.

L'unica verità a cui la Programmazione Neurolinguistica può ispirarsi è quella della "magia umana", che guarda caso è ancora un "tabù" per molti scenziati.
La Programmazione Neurolinguistica è quindi un'etichetta per indicare lo studio e la ricerca delle "magie umane" di cui solo l'uomo è capace.

 

 

 

 

 

 

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SESSUALITA'?    

 

Vale la pena di parlarne e perché parlare di sessualità infantile : il perché, il come e il quando.

 

Le numerose e complesse problematiche di natura medica, sociale, psicologica e cognitiva che riguardano la salute individuale e collettiva sono sempre più oggetto di quotidiana attualità ed interesse da parte di tutti.

Infatti, e’ opinione di esperti ma anche di persone comuni, che il contesto sociale di oggi si presenti alquanto conflittuale perché complessi appaiono i valori umani e i modelli di identificazione da recepire, da esprimere e da comunicare.

La società attuale, infatti, definita spesso in “transizione” tra il vecchio e il nuovo modo di “essere” e di “esprimere”,  esige dall’individuo contemporaneamente, da una parte, mobilità e precocità di adattamento alla continua evoluzione che essa pone in tutti i settori della vita umana e, dall’altra, autenticità nell’essere se stessi  per mantenere attivo il desiderio di vivere in modo soddisfacente e sano .

A questo proposito la sessualità, intesa come formazione ed espressione globale della personalità del singolo, si trova ad essere l’aspetto più colpito e problematico nella sua espressione e nella consapevolezza di essere individuo sessuato.

Frequentemente, poi, si tende a confondere il sesso con la sessualità , a separare, in altre parole, gli aspetti biologici, psicologici, cognitivi e sociali che insieme compongono e definiscono le specificità di genere, strutturatesi  nel corso delle fasi evolutive di crescita della persona.

L’individuo, infatti,  per diventare “uomo” o “donna” deve percorrere un lungo processo di crescita biologica, psicologica e sociale.

Per percepirsi ed esprimersi, poi,  come “maschio” o come “femmina” è impegnato ad affrontare un iter evolutivo di esperienze cognitive, somatiche, relazionali, affettive e sociali .

Secondo Money e Ehrhardt cinque sono le fasi dello sviluppo psicosessuale che l’uomo percorre per raggiungere la maturità sessuale.

La prima riguarda lo stadio prenatale, la seconda  l’infanzia e la  fanciullezza, la terza si riferisce alla tarda fanciullezza, la quarta chiama in causa la pubertà e l’adolescenza ed infine l’ultima si costituisce con la maturità.

La definitiva  “maturità sessuale”  che inizia, quindi con un “programma genetico prenatale” si sviluppa dopo la nascita con l’apprendimento di schemi e di modelli psicologi e sociali.

Tre sono i concetti base che disciplinano il fatto di diventare “maschio” o  “femmina”.

Il primo e’ la “complementarietà tra i sessi” che, al di là dell’aspetto riproduttivo e genitale, attribuisce alla sessualità

un valore comportamentale, simbolico e psicologico che investe l’essere umano nella sua totalità.

Il secondo si riferisce all’ “identità sessuale” o meglio al prevalere dell’individualità maschile o femminile. Questo prevalere dell’uno o dell’altro genere viene definito sulla base dell’esperienza individuale vissuta sia nella percezione sessuata di se stessi che  del proprio comportamento.

 L’ultimo riguarda il “ruolo di genere” o, in altre parole, la manifestazione esterna dell’identità sessuale.

Considerando i tre concetti insieme ci si può rendere conto che l’iniziale “programma genetico prenatale” e le “modificazioni corporee della fase puberale” non giustificano né garantiscono una certa identità sessuale e un chiaro ruolo maschile e femminile. Sono, infatti, i modelli culturali, sociali e familiari di riferimento nei ruoli e nelle competenze, insieme alle modalità dei rapporti affettivi con le figure primarie, che interagiscono nel modellare le caratteristiche genetiche dell’identità sessuale e del ruolo di genere nell’individuo.

Questi modelli culturali, sociali e familiari di riferimento, nonché le esperienze del vissuto con il proprio corpo, assumono particolare importanza sin da quando siamo bambini, nel corso della nostra  infanzia.

In questo ambito, come del resto per tutto ciò che interessa la salute psicofisica dell’individuo, si tende a dare particolare attenzione ai disagi, alle disfunzioni, alle patologie e alle devianze.

Si parla spesso di prevenzione e di interventi formativi  rivolti alle nuove generazioni ma, molto facilmente, viene scordata l’età infantile con le sue componenti corporee, affettive e sociali legate alla sessualità.

Quali sono, allora, le premesse per avere successo nella sessualità?

 

Conoscere  il bambino

Il bambino è colui che, per crescere, ha bisogno della presenza dell’adulto per apprendere modalità e modelli di comportamento, sviluppare e mettere in atto le sue capacità cognitive, intellettive e sociali.

Così è all’adulto che egli chiede  sostegno,  guida ed aiuto per diventare un individuo autonomo e per affrontare e superare le difficoltà poste nell’iter della sua crescita riguardo all’affettività, alla corporeità e alla socialità.

Quello del bambino è un “mondo” che necessita  la dipendenza dall’adulto  per avviare sin dai primi anni di vita i processi di identità personali e sociali sulla base delle relazioni affettive stabilite in primis con le figure parentali, all’interno del contesto familiare, modelli e ruoli che riporta poi nelle strutture educative scolastiche e che esercita con i pari dello stesso e diverso sesso.

Il bambino è anche colui che utilizza con naturalezza il gioco, l’espressione grafica e il movimento del corpo per esprimere il suo mondo interiore, frutto delle esperienze che egli vive nella relazione con se stesso, con l’ambiente umano e fisico che lo circonda. Il suo è, tra l’altro, un mondo interiore ricco di curiosità, creatività e bisogni da soddisfare, un mondo pieno di desideri di amare e di essere amato; in esso vi è tanta energia positiva da coltivare perché il bambino diventi un uomo, una donna, un cittadino in grado di stimarsi, di curarsi, un individuo che si sente soddisfatto delle relazioni e della comunicazione con l’ambiente che lo circonda.

In questo contesto, allora, la responsabilità dell’adulto diventa quella di far crescere nel bambino la sua naturale predisposizione all’amore, interagendo in modo positivo con la soddisfazione dei propri bisogni.

 

Sapere dell’ adulto

Poche parole. L’adulto è il risultato del bambino, del preadolescente e dell’adolescente. L’adulto porta con sé il bagaglio del suo vissuto socioaffettivo e corporeo dell’infanzia e della adolescenza; ripropone  i modelli di  comportamento appresi e i modi di  fare  proveniente dal contesto sociale e familiare di provenienza.

Il compito dell’adulto è quindi quello di comunicare, trasmettere, guidare la crescita dei bambini e dei giovani.

In particolare, tra tutti gli aspetti della vita umana, la sessualità diviene spesso un problema per l’adulto  nel comunicare, nell’intervenire e  nell’educare le nuove generazioni.

 

 Accettare un concetto, una prassi educativa per la sessualità

Il concetto di sessualità a cui si fa riferimento in questo caso e’ legato alla promozione e all’espressione globale e armonica della personalità dell’individuo, nei suoi aspetti somatici, affettivi, emotivi, cognitivi e sociali. Sono aspetti questi che devono essere considerati nella loro unità in quanto permettono la conoscenza di se stessi, la modalità di relazione con se stessi e l’espressione della comunicazione  con  l’ambiente umano esterno  e fisico.

 

Intervenire sulla sessualità educando attraverso comportamenti espliciti, situazioni occasionali e modalità implicite.

I comportamenti espliciti si verificano attraverso la scelta di obiettivi e di attività operativi al fine di trasmettere specifici contenuti educativi ed informativi

Nelle situazioni occasionali l’adulto si trova a rispondere in modo improvviso ed immediato alle richieste del bambino e del giovane.

Le modalità implicite pongono a confronto il vissuto emotivo, cognitivo dell’educando e dell’educatore.

Nell’atto educativo e formativo l’”esplicito”, l’”occasionale” e l’”implicito” si possono verificare insieme per tutto ciò che concerne la sessualità e che riguarda il biologico-somatico, l’affettivo-emotivo, il cognitivo-psicologico e il relazionale-sociale.

 

Integrare l’ informazione sessuale  con l’educazione alla sessualità

L’accento di tale integrazione deve essere posto sul fatto di promuovere nell’individuo lo sviluppo sincronico ed armonioso di tutti  gli aspetti che formano la persona, per  prevenire e/o recuperare i disagi, le patologie e i malesseri di natura somatica, psicologica e relazionale nella sessualità adulta, nonché intervenendo sin dalla prima infanzia.

In tal modo, l’educazione sessuale come comunemente viene chiamata, da semplice informazione si trasforma, così, in educazione alla sessualità, ove il cognitivo del soggetto si integra con le sfere affettivo-emotiva, relazionale, esperenziale e psicologica  nell’essere e nell’esprimere se stesso.

A questo proposito, gli interventi educativi mirati a  promuovere il “benessere psicofisico sessuale” nella persona e nella società, richiedono cinque requisiti fondamentali  per poter realizzare con coerenza e successo gli obiettivi di una sessualità legata alla espressione globale della personalità.

Essi chiamano in causa sia la temporalità degli interventi e sia le competenze degli educatori e più precisamente sono :

1)- la precocità degli interventi sin dall’infanzia sugli aspetti della personalità dell’educando;

2)- la conoscenza da parte degli educatori delle caratteristiche e delle esigenze della fascia di età sulla quale si intende  operare ;

3)- il reale coinvolgimento  degli adulti, insegnanti o genitori od esperti che siano, nell’atto informativo ed educativo;

4)-  la temporalità degli interventi nel rispetto delle esigenze del singolo;

5)- la disponibilità degli educatori  nel prendere coscienza del proprio vissuto emotivo-affettivo ed etico nel comunicare  ed interagire  sugli argomenti della sessualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 I BAMBINI IMPARANO CIO' CHE VIVONO


  • Se un bambino vive nella critica impara a condannare;
  • Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire;
  • Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido;
  • Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole;
  • Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente;
  • Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia;
  • Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia;
  • Se un bambino vive nella disponibilità impara la fede;
  • Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi;
  • Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo;

 

 

 

 

 

 

 

 

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DAP: DISTURBO da ATTACCHI di PANICO

Il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è una vera "tempesta a ciel sereno".

L’Attacco di Panico arriva quando meno te lo aspetti.

Una volta provato poi, la paura di ritrovarsi in quella spiacevolissima ondata emotiva, fa aumentare l'ansia e lo stress, fino a portare la persona colpita da questo problema, lontano anche dalla vita sociale.

La vita privata si complica, le relazioni, da quelle più intime a quelle più generiche, subiscono delle modifiche

L'Attacco di Panico (DAP) non coinvolge purtroppo solo la persona che lo subisce, ma anche il contesto in cui essa vive e questo aumenta lo stress nella persona sofferente di questo fastidiosissimo disturbo psicoemotivo.

È difficile far comprendere cosa si prova a chi non ha mai avuto questo problema.

A volte chi soffre di DAP prova anche sensi di colpa verso chi gli vive accanto perché razionalmente, pur avendo conforto dagli esami clinici che rivelano la mancanza di una patologia (es. problemi cardiaci) e riconducono quindi la condizione generale della persona solo ad uno stato alterato della sua emotività, la stessa, continua purtroppo a stare male e cosa ancora più complicata, non sa spiegarsi e spiegare  cosa le sta accadendo.

Quando l’Attacco di Panico arriva, la persona colpita è presa da un senso di disorientamento totale che le fa perdere il contatto con la realtà che la circonda e con l’oggettività di ciò che sta vivendo. È l’emotività che prende il sopravvento sulla razionalità.

Penso che combattere con senso critico e logico l’Attacco di Panico è forse il modo meno indicato, anche se mi è capitato di sentire persone che affermano con decisione, che la razionalità e la forza di volontà possono sconfiggere questo ed altri disturbi.

Sono dell’avviso che questo tipo di disturbo, si debba affrontare sia razionalmente che emotivamente. Razionalmente, prendendo coscienza del fatto che è possibile superarlo evitando di opporsi ad esso; emotivamente, intraprendendo un percorso guidato all’ascolto attivo dei segnali che lo stesso inconscio ci invia sotto forma di disturbo emotivo. In quest’ultimo caso, tale percorso è da intraprendere con il sostegno di un operatore qualificato al trattamento di disturbi di questo genere.

Se dovessimo andare a ricercare le cause che possono aver dato origine alla manifestazione di un DAP, probabilmente dovremmo ricercarle nella qualità delle relazioni che la persona ha vissuto, in particolare con le figure importanti della sua esistenza, i contesti in cui si è trovata, il peso che ha dovuto sopportare di situazioni conflittuali in cui forse avrebbe preferito evitare di esserci, ascoltare parole che non avrebbe voluto ascoltare, evitare di pronunciare parole che avrebbe voluto esprimere, caricarsi di una eccessiva responsabilità nei contesti in cui ha vissuto. Sono molteplici i motivi per cui può presentarsi il DAP, che forse ancora non sono ben chiari neanche agli specialisti che si occupano della salute psicologica delle persone.

Certo è che, laddove in famiglia ci siano stati casi di DAP, forse sarebbe meglio prevenire con i successori diretti, l’insorgere di tale disagio, attraverso il controllo del livello dello stress individuale.

Lo stress è un indicatore di vitalità, non è tutto nocivo. Il neuroendocrinologo Hans Selye, nel 1930 diede questa definizione scientifica dello STRESS: “lo stress è la risposta strategica dell’organismo nell’adattarsi a qualunque esigenza, sia fisiologica che psicologica, a cui venga sottoposto. In altre parole è la risposta specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso”.  C’è da fare quindi una distinzione tra stress buono “EUSTRESS” e cattivo “DISTRESS”.

L’EUSTRESS ha origine  in tutte quelle condizioni in cui percepiamo consciamente e inconsciamente l’ambiente intorno a noi come stimoli positivi;

Il DISTRESS ha origine in tutte quelle condizioni che percepiamo consciamente e inconsciamente come stimoli negativi, conflittuali.

La relazione che abbiamo con l’ambiente a noi circostante (persone, cose, fatti, ecc.) determina una nostra RISPOSTA allo STRESS che lo stesso Hans Selye ha definito “General Adaptation Syndrome” (Sindrome Generale di Adattamento).

Credo quindi che sia fondamentale per tutti noi, non solo per chi potrebbe essere esposto al DAP per un fattore genetico, evitare di accumulare troppe tensioni emotive nel nostro sistema inconscio.

Potremmo immaginare il nostro sistema psicoemotivo energetico come un contenitore nel quale affluiscono tutte le nostre emozioni buone e cattive, sotto forma di Piaceri e Sofferenze

Il fatto è che se accumuliamo piaceri, questi non creano spessore in quello che abbiamo identificato come un contenitore di emozioni. I piaceri potremmo rappresentarli come qualcosa che evapora, che ha una struttura leggera. Mentre se pensiamo alle sofferenze, non sarà difficile immaginare che queste creino dei residui che difficilmente riusciamo a smaltire. Infatti, anche attraverso le espressioni verbali, ci sarà capitato sicuramente di manifestare una nostra sofferenza, un nostro stato emotivo negativo, come un “peso”. Qualcosa che sentiamo, anche fisicamente in qualche parte del corpo, sia lo stomaco, il ventre, la gola, la testa ecc. ecc.. Ecco quindi che, depositandosi nel contenitore emotivo, le sofferenze, a lungo andare formeranno  uno strato solido che sarà difficile da diluire e smaltire. E questa condizione potrebbe rientrare ancora in una fase gestibile dalla persona della sua emotività. Ma laddove questa pressione dovesse superare il livello di tolleranza individuale, potrebbe diventare ingestibile e dare seguito a disturbi emotivi fino anche, appunto,  ai Disturbi di Attacchi di Panico.

L’aspetto conflittuale emotivo, in cui verte la persona colpita dal DAP, tende a farla sentire sempre più sola e incompresa. Spesso le persone che le ruotano intorno, richiamano la stessa a razionalizzare di più sul suo stato, ma essendo di natura emotiva, appunto, le persone stesse non riescono a comprendere che un consiglio di questo genere si ferma esclusivamente alla parte logica del sofferente ma non ha una funzione positiva sulla sua parte emotiva (inconscia) anzi, tutt'altro, ne aumenta gli effetti negativi.

Credo che in questi casi, il primo importante intervento da fare sia quello di ascoltare la persona colpita dal DAP. Aggiungerei anche che potrebbe essere, forse, di aiuto, per chi si trova a vivere un Attacco di Panico, scrivere, nell'esatto momento in cui vive questo stato emotivo forte, tutte le sensazioni che si provano all'istante.

Forse con il dialogo e con la scrittura si possono scaricare quelle tensioni emotive che in qualche modo con l'Attacco di Panico cercano di trovare sfogo verso l'esterno della persona che ne è colpita.

Naturalmente il supporto di un professionista in questo campo, sarà necessario per risolvere il DAP, dal quale sono convinto è possibile e necessario uscire, per recuperare in pieno la propria vita privata e sociale.

 

 

 

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AFORISMI – Qual é il tuo?

 

 

 

“Pensieri significativi”

In questi giorni di Feste Natalizie, riceviamo attraverso sms, mail, facebook ed altre applicazioni internet, chi più chi meno, diversi aforismi, frasi che manifestano sentimenti e desideri.

È interessante notare come gli aforismi, nella loro struttura linguistica, sono pieni di cancellature, generalizzazioni e deformazioni.

Probabilmente il successo di queste brevi pillole di saggezza, è proprio nella struttura che le compone.

Potremmo altresì considerare il fatto che attraverso la scelta di un aforisma, di una frase “saggia”, probabilmente si invia anche una propria esperienza di vita, una parte del proprio vissuto personale.

È possibile fare una prova scegliendo una frase di cui ne condividiamo il contenuto. Possiamo scegliere tra uno dei tanti siti internet che elenchino una serie di aforismi, talvolta divisi anche per categoria, “amore, desideri, vita, aforismi antichi, ecc”.

Credo che ognuno scelga la frase che sente più vicina al suo vissuto, una frase nella quale si riconosca e che intende condividere con gli altri.

Soffermandoci sulla struttura delle frasi stesse, possiamo osservare insieme come spesso siano però negative e contengono delle generalizzazioni che ognuno può arricchire con le proprie esperienze di vita.

Citiamone una per fare un esempio (è una frase che ho letto publicata su internet da un utente):

 

  • Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti

Può capitare che qualcuno ci ferisca, ci faccia sentire male, può essere una parola detta in un certo modo o un gesto particolare, uno sguardo, non ha importanza cosa, è importante come noi stiamo vivendo quel momento.
Siamo delusi e sappiamo che non dovremmo consentirglielo di comportarsi con noi in quel modo specifico, ma questo lo possiamo capire solo dopo che purtroppo è già accaduto il fatto. E così quell’esperienza, nel momento in cui la ripetiamo nella nostra mente, ricordandocela proprio così come è accaduta, riscontrandola nel modo in cui è scritta (Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti), potrebbe innescare dentro di noi un meccanismo di difesa che ci fa perdere fiducia negli altri.

Ripensare al fatto in se per se accaduto tempo fa, riformulandolo sotto forma di un aforisma, crea  continuamente nella nostra mente immagini dove ci vediamo in relazione con qualcuno che fa qualcosa che ci fa provare la sensazione di infelicità (sofferenza), mentre noi gli concediamo quest’opportunità.

Il passo successivo è quello di crearsi scene in cui assumiamo un atteggiamento più cauto nei confronti dell’altro (perché rimasti delusi da una relazione di qualsiasi tipo), avendo sempre come riferimento l’esperienza negativa che abbiamo fatto, provando “infelicità” nel rapporto con un nostro simile.

Ora potremmo puntualizzare sul fatto che in qualche modo ognuno nella sua
vita avrà subito un momento di infelicità causato da qualcuno. E questo è sicuramente riscontrabilissimo, per cui chiunque può riscontrare verità nella frase presa ad esempio.

Ma quello su cui vorrei soffermarmi però in questo post, è che le nostre “antenne sensoriali”, tendono a captare sistematicamente le stesse situazioni, talvolta spingendoci ad utilizzare anche espressioni verbali (le parole sappiamo che sono un ponte di collegamento tra il nostro mondo interiore e la realtà che ci circonda) che ci inducono proprio a creare condizioni interne che ci proiettano continuamente in quello che vorremmo evitare.

Forse la frase su indicata potrebbe assumere il significato che vorrebbe esprimere, con più potenza, se fosse strutturata in quest’altro modo: Ci sono persone che ti fanno sentire felice solo perché rispettano come tu sei.

Il senso letterale della frase (Razionale/Logico) rimane lo stesso, ma la nostra mente segue un processo diverso (Irrazionale/Emotivo):

 

1. quello di crearci immagini di relazione con persone positive;

2. quello di provare sensazioni piacevoli;

3. quello di essere rispettati;

4. quello di sentirci realizzati ed apprezzati;

5. quello di sentirci felici.

 

In riferimento a questo post, sarebbe interessante interagire con gli utenti del web per fare un gioco, un esperimento. Proviamo a formulare delle frasi e analizziamole insieme per vedere che tipo di struttura hanno. Possono anche essere frasi inventate. Proviamo a scriverne qualcuna.

Cordialmente

Massimo Catalucci

 

 

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REALITY - "Tra il Reale e il Virtuale" 

Ciccia è Bella.


La nuova trasmissione  “sperimentale” in un’unica puntata (spero), ha messo in risalto ancora una volta come lo strumento televisivo voglia far passare messaggi apparentemente educativi, ma profondamente distorsivi, della realtà.


Abbiamo più volte ascoltato dalla voce di illustri professionisti (medici, specialisti nella nutrizione umana, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, neurologi), come l’obesità, in questo millennio, sia frutto di uno stile sbagliato di vita ma anche in gran parte di una insoddisfazione psicoemotiva, piuttosto che di disfunzioni organiche legate a qualche patologia genetica.


E dove, ahimé,  è necessaria una dieta per riportare i valori entro i limiti di tolleranza, al di la del motivo per cui si è obesi, rimane il fatto che un fisico sproporzionato (obeso o anoressico) generalmente presenta uno squilibrio anche del sistema psicoemotivo e non solo endocrino.


Abbiamo visto la brava conduttrice Rossella Brescia, recitare ad arte un copione ben programmato, da reality, appunto. L’abbiamo vista coccolare all’infinito le partecipanti; abbattere le loro convinzioni limitanti in relazione alla propria percezione che hanno del loro corpo; spostare la loro attenzione verso una scelta più valorizzante dei capi di abbigliamento; superare limiti che non pensavano di poterseli permettere. Il tutto con uno staff degno di un grande programma televisivo: truccatori, acconciatori, look maker, fotografi, cameraman, registi, conduttrice, pubblicisti, macchinisti, sarte; ed inoltre: medici specialisti nella nutrizione umana, psicologi, ecc. .


Alla termine dello show il prodotto finale è risultato di gran lunga migliore a quello iniziale, sicuramente più armonioso. Il viso delle protagoniste, era sorridente, luminoso, emozionato, realizzato!


Ora però mi chiedo: in futuro, per mantenere quello che hanno vissuto in questo reality, le tre “rotondette” signore, quanto dovrebbero preventivare come spesa mensile?
1.000, 1.500 euro al mese, basterebbero? Rapportiamolo ora al potere di acquisto del target medio di persone. Quanti potranno permetterselo?
È   quindi “realtà” quello che abbiamo visto, o solo un mero desiderio, che qualcuno ha soddisfatto (le protagoniste del reality) e che durerà solo il tempo di una trasmissione televisiva?
Qual è inoltre il messaggio che rimane all’utente, in particolare, a quelle persone che soffrono le dimensioni del proprio corpo?

Mi immagino in particolare il messaggio che può arrivare ai più giovani!

Io credo, che quanto visto in questo nuovo reality, non faccia altro che aumentare la sofferenza di chi già vive una situazione psicofisica ed emotiva particolare, relativamente al proprio corpo.


Ed ancora mi domando: ma non sarebbe più realistico ed educativo, prendere in esame, la possibilità di creare un format televisivo, dove si seguono per diverso tempo le evoluzioni psicofisiche ed emotive di persone che acconsentono di partecipare ad un programma serio di lavoro sull’obesità?

Dove il progetto prevede l’assistenza totale del partecipante, da parte del  medico, dello psicologico, del motivatore (Counselor, Coach, Trainer), dell’estetista, del look maker, e di tutte quelle altre figure che possono contribuire a ridonare, non in una settimana, ma in un arco di tempo più esteso,  un cambiamento conforme alle aspettative psicoemotive della persona che si è sottoposta a questo, che potremmo chiamare così: “Mind and Body  Reality Programme?

    
Capisco che questa mia idea sarebbe molto più costosa e meno produttiva a breve termine. Siamo nell’era dei fast food, del mordi e fuggi, dei take way, dell’usa e getta ed il tempo, è denaro.


Purtroppo sappiamo però, che ciò che si realizza in breve tempo, spesso, non voglio dire che sia una regola, ha vita altrettanto breve, proprio come la soddisfazione prodotta attraverso il Reality di Italia Uno, nelle tre simpatiche signore un po’ in carne.
Sicuramente un prodotto finalizzato a creare uno strumento televisivo veramente educativo, come ad esempio quello che ho indicato, darebbe la possibilità di far conoscere all’utenza ed in particolare ai giovani, l’esistenza di  metodi e tecniche validi per poter realizzare i propri progetti di vita, in conformità del proprio essere.

Concludendo, voglio lasciarvi con due quesiti:

* non sarebbe stato più coerente con il tema trattato, affiancare alle protagoniste del Reality una conduttrice con forme un pò più generose e più vicina alla loro forma fisica?;

* quanto da me affermato, relativamente ad una TV più educativa, non pensate che creerebbe un’informazione più vera offrendo la possibilità di scelte migliori e più vantaggiose per gli utenti che la seguono?

Mi piacerebbe conoscere il parere degli utenti del web in merito all’argomento da me trattato.


Cordialmente
Massimo Catalucci

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BLOG: CHI C’E’ DIETRO QUEL NICKNAME?

 PSICOBLOG: MASCHERARE LA PROPRIA IDENTITA’

 

 

 

Spesso, dietro ad un nickname “maschera”, si nascondono persone che vivono la frustrazione della propria identità, vincolati dentro involucri psicoemotivi destabilizzanti. Non mi sto riferendo a soggetti con forti disturbi di personalità, pervertiti o altro, anche se credo che nel web ne navighino molti, ma a quelle persone che soffrono il confronto diretto con l’altro/gli altri, per cui internet, diventa un motivo di appagamento dei propri bisogni, appunto emotivi, una valvola di scarico. La timidezza ad esempio, per chi la vive, sappiamo che è sinonimo di una forte concetrazione su di sé oltre che insicurezza, è sentirsi sempre al centro dell’attenzione anche se nella realtà, chi circonda il timido, non gli presta consciamente nessuno sguardo. E’ il timido stesso che crea dentro di sè situazioni che lo vedono “protagonista”, di solito come soggetto da criticare negativamente. Certo è difficle valutare chi si nasconde realmente dietro un’icona (foto, immagine, disegno) ed una serie di dati personali fittizi. Questo è quello che si chiama però democrazia, libertà e diritto di privacy. Personalmente, trattando argomenti di attualità e di interesse sociale, prefersico mettere la mia foto e descrivermi per quello che sono, anche se questo potrebbe non piacere a qualcuno. La cosa che più mi intristisce però, è quella per cui molti giovani oggi, apparentemente forti caratterialmente, probailmente per mancanza di attenzione e dialogo in famiglia (laddove esista), passano ore davanti al PC in chat, evitando il confronto diretto con i propri coetanei. Questo se da una parte offre l’opportunità di comunicare con più tranquillità celandosi dietro un nome inventato, dall’altra, prevarica la possibilità di crescita e sviluppo armonico della propria personalità. L’interazione reale, non virtuale, in particolare nei giovani, è elemento indispensabile per la loro crescita: devono imparare a confrontarsi, ricevere dei “no”, trovare soluzioni ai piccoli disguidi tra loro coetanei, socializzare insomma…Spesso per evitare questo però, utilizzano l’interazione virtuale, dove, nel caso in cui la comunicazione non è più gradita, per qualsiasi motivo, basta un click per chiuderla…e tornare poi on-line con un nuovo nickname, pronti a rinavigare… Come tutte le cose, anche internet, quale mezzo teconologicamente avanzato delle comunicazioni, ha i suoi lati positivi e negativi, spetta sempre alla coscienza degli uomini usare tali teconologie per migliorare la propria qualità di vita anzichè “deturpare” la propria e, ahimè, in alcuni casi, quella di altri esseri umani.

Cordialmente
Massimo Catalucci

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IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE?

Quando sentiamo pronunciare la parola IPNOSI, ci troviamo a discutere con chi crede che la forza di volontà possa ostacolare le capacità comunicative di qualcuno, impedendogli di avere un’influenza significativa nei propri confronti; altre persone credono invece che i messaggi subliminali fatti ad arte possono condizionare chiunque, nessun escluso; altre persone ancora affermano di aver provato l’IPNOSI e c’è anche chi sostiene di non averne mai provato gli effetti.

La maggior parte però, in qualche modo, guarda con una certa distanza all’IPNOSI. Forse perché se ne è sempre parlato come una risorsa affiancabile al plagio. Si pensa di solito all’IPNOSI come un processo comunicativo indotto da qualcuno per avere il sopravvento su di noi.  Si ha insomma un po’ paura nel provarne consciamente gli effetti.

Eppure… e qui sta il bello, l’IPNOSI, che potremmo chiamare anche stato alterato di coscienza, trance, comunicazione emotiva, sonno ad occhi aperti e chi più ne ha… più ne metta, è un fenomeno naturale che tutti inconsciamente abbiamo in qualche modo provato.

Sarà sicuramente capitato anche a voi, almeno una volta,  di trovarvi a camminare per strada a piedi o in macchina e rendervi conto solo dopo qualche metro (talvolta anche centinaia di metri), di aver percorso il tragitto senza che ve ne siate coscientemente resi conto. È come se avessimo inserito in quel momento il nostro pilota automatico interiore. Ad esempio in macchina, siamo in grado di manovrare il volante a destra o a sinistra, mettere le frecce direzionali, spingere la frizione e mettere le marce, frenare, accelerare, ascoltare la radio, vedere i segnali stradali, ecc.; ma ci potrebbe capitare di non far caso a tutte queste manovre e solo dopo che abbiamo percorso un bel po’ del nostro tragitto, ci rendiamo conto di aver guidato l’auto, di essere arrivati da qualche parte, mentre la nostra mente era assorta in altri pensieri che nulla avevano a che fare con l’attenzione conscia di guida di un’auto.

Come chiamereste voi questo fenomeno?

Sovrappensiero? Sbadataggine? Disattenzione? Incoscienza? Irresponsabilità?

Potremmo chiamarla come meglio desideriamo, fatto sta che, questo stato emotivo nel quale abbiamo percorso un certo tragitto, ci ha fatto trovare, fisicamente e mentalmente, seduti nella nostra auto e contemporaneamente (mentalmente) da qualche altra parte. Stavamo in sostanza vivendo due stati completamente veri ed anche se potremmo affermare che consciamente non ricordiamo nulla di quello che è accaduto, sia mentre eravamo alla guida, sia mentre ci eravamo proiettati mentalmente da qualche altra parte,  ovvero avvertire la sensazione di essere totalmente presi dai nostri pensieri che l’attenzione conscia alla guida era in quegli attimi andata perduta,  siamo stati in grado di crearci in automatico un bello stato ipnotico.

Ecco perché, come già affermato da molti luminari in questa disciplina  (vedi ad esempio: Milton Erickson, Richard Bandler), sostengo che l’ipnosi è uno stato naturale che tutti abbiamo in qualche modo provato. Quello da me riportato, quando siamo alla guida della nostra auto, è solo un esempio per dimostrare che tutti siamo passati più di una volta, attraverso uno stato ipnotico.

Personalmente, considero lo stato ipnotico uno stato più o meno  intenso di   concentrazione, dove la nostra completa attenzione viene focalizzata in un determinato punto, lasciando che le funzioni vitali controllate dal nostro sistema nervoso continuino a funzionare, ma facendo in modo che il mondo esterno venga pian piano allontanato dalla nostra coscienza, dando spazio ad una nuova realtà del qui ed ora e che può anche essere qualcosa che ha a che fare con il nostro presente e/o passato e/o futuro.

Quest’altro esempio potrebbe venirci in aiuto: quando siamo emotivamente coinvolti in una conversazione, pur trovandoci in un ambiente con molte persone che parlano (un party) e ci sentiamo attratti dall’argomento che stiamo affrontando e magari anche fisicamente dal nostro interlocutore, siamo in grado di focalizzare la nostra attenzione esclusivamente su quello che in quello specifico momento a noi interessa, escludendo la ricezione conscia di tutti gli altri suoni (voci, rumori), immagini (persone, contesti). È uno stato di “focus” sul nostro "interesse" del momento.

Allora se l’ipnosi (oppure chiamatela come volete) è qualcosa che già naturalmente facciamo, perché la maggior parte ne ha paura e ne prende le distanze?

Se l'ipnosi fosse veramente percepito come strumento manipolatore,  dovremmo iniziare a debellare tutti i televisori, internet, giornali o quant'altro possa contenere messaggi  subliminali e/o che stimolano direttamente la nostra emotività.

I messaggi pubblicitari ad esempio (Tv, radio, stampa), hanno un forte impatto sulla nostra emotività, stimolando ad arte i nostri istinti, i nostri valori, i nostri desideri, ci portano ad acquistare inconsciamente qualsiasi prodotto. Nella maggior parte dei casi, la soddisfazione che ne traiamo, attraverso l'acquisizione  del prodotto pubblicizato,  ci fa inoltre pensare che la scelta sia stata dettata esclusivamente da un nostro comportamento razionale.

Sappiamo che non è proprio così! 

Chi crea spot pubblicitari, sa quanto importante sia lasciare che il consumatore  consideri consciamente la sua scelta libera, ma allo stesso tempo sa che è importante  vendere il prodotto per cui gli è stata affidata la realizzazione dello spot pubblicitario, quindi,  diventa strategico stimolare il potenziale acquirente dal suo interno (istinti, valori, desideri) affinché inconsciamente lo stesso possa successivamente indirizzare il suo acquisto verso un prodotto piuttosto che un altro.

Anche il rilassamento psicofisico è in qualche modo uno stato ipnotico. Molte persone   riescono a raggiungere stati più o meno profondi di rilassamento psicofisico emotivo, grazie alla visualizzazione indotta o autoindotta di alcune immagini e la sovrapposizione di altre submodalità legate al nostro sistema sensoriale (si vedano le rappresentrazioni VAK definite dalla PNL).

Per concludere, non credo che  esistano persone non ipnotizzabili, penso piuttosto che vi siano esseri umani facilmente o difficilmente ipnotizzabili, ma credo anche nel fatto che l'ipnosi sia un fenomeno naturale che tutti abbiamo comunque sperimentato, pur essendo ignari dell'esperienza di "trance" che stavamo vivendo.

Considero altresì l’ipnosi  uno “strumento” utile per il superamento di alcuni disagi psicofisici emotivi accusati dagli esseri umani, siano essi di entità traumatica forte che relativi a stati emotivi di minore intesnità.

Una buona pratica quotidiana di tecniche di rilassamento psicofisico (visualizazioni guidate/indotte o autoindotte), quindi una forma leggera di ipnosi, dove la parte cosciente è comunque presente nel corso dell'applicazione,  è in grado di garantire al praticante una maggiore tranquillità e serenità emotive. Tale pratica giornaliera favorisce   un miglioramento del sistema immunitario, abbassando da una parte la possibilità di cadere nella condizione di distress (stress nocivo/dannoso) e aumentando dall'altra quella di eustress (stress  benefico/utile).

Rimane naturalmente la considerazione che l’ipnosi può essere imparata da chiunque e pertanto come tale può essere praticata su chiunque ad insaputa del ricevente, ecco perché scuole serie di ipnosi si assicurano che tali tecniche vengano insegnate a professionisti e dagli stessi utilizzate nel rispetto della professione che svolgono e della categoria che rappresentano.

Massimo Catalucci

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IL POTERE DECISIONALE INDIVIDUALE

Giorni fa, riflettevo su come troppo spesso rimandiamo le decisioni da prendere in merito ad una qualsiasi cosa da fare. Il proverbio "non rimandare a domani quello che potresti fare oggi", è in qualche modo significativo. Sono convinto che rimandare a domani  il da farsi, nella maggior parte dei casi, diventa improduttivo per la nostra soddisfazione psicofisica. Proviamo a fare un piccolo esperimento. Facciamo un passo indietro nei nostri ricordi più vividi. Proviamo a vedere se anche noi in passato abbiamo rimandato qualcosa alla quale poi non abbiamo mai dato seguito. Qualcosa accaduta 5, o 10 anni fa. Torniamo per un attimo indietro nel tempo, a quel momento della nostra vita in cui c’è rimasto impresso un episodio particolare che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Un evento che ha fatto scalpore, come quelli da prima pagina del telegiornale. Potrebbe essere d’interesse sociale, oppure un episodio che ha visto coinvolto, magari, un personaggio molto noto, dello spettacolo ad esempio. Potrebbe essere stato un evento molto serio, oppure simpatico, divertente. Non ha importanza di cosa.

L’importante è che si riferisca ad un momento della nostra vita che ricordiamo bene. Un evento che si è fissato nella nostra mente. A questo punto non dovremmo trovare difficoltà nell’associare a quell’evento, tutto ciò che faceva parte del nostro modo di essere, di pensare, di muoverci, di vestire, di avere emozioni ed aspettative per il futuro. Una volta che abbiamo recuperato quel momento specifico, cerchiamo di ricordare in sequenza alcuni aspetti della nostra vita personale quotidiana e domandiamoci: “Quanti anni potevo avere? In quale contesto mi trovavo? Cosa stavo facendo e come ero vestito? Agivo in modo timido, attivo, passivo, triste, sorridente, ecc.? Come mi relazionavo davanti al sorgere di un qualsiasi problema? Avevo dei sogni a cui aspiravo?” Se riusciamo in questo esercizio di recupero delle emozioni e sensazioni legate al ricordo di quel periodo specifico, riusciremo anche a definire se quello che facevamo, pensavamo, all’epoca, è divenuto oggi realtà concreta oppure no . Potremo renderci conto se, quello che abbiamo ottenuto, rispecchia veramente quello che ci eravamo prefissati di ottenere o che desideravamo ottenere, se abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Nel momento di prendere decisioni, cinque, dieci, quindici anni, sembrano molti. Nella maggior parte dei casi però, trascorsi questi periodi, sentiamo persone che dicono: “Mi sembra ieri, quando facevo questa o quella cosa e desideravo in un futuro ottenere questo o quell’altro…. ed ora invece eccomi qui che mi ritrovo più vecchio di quindici anni, a pensarla allo stesso modo, a fare sempre le stesse cose, con un fisico che non mi piace e senza aver ottenuto ciò che desideravo.” Solo a questo punto ci rendiamo conto di come gli anni passano in fretta e magari siamo lì ora a piangerci addosso nel ricordare quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto, oppure quello che desideravamo e non abbiamo ottenuto, così, come ce lo eravamo disegnati. A questo punto tornare indietro non è possibile per cambiare ciò che abbiamo prodotto, ma valutare cosa abbiamo fatto, o cosa non abbiamo fatto per ottenere il risultato a cui ambivamo, diventa importante per cominciare da ora a produrre domande specifiche, mirate alla stimolazione di risposte positive, che sono il carburante necessario per una maggiore spinta motivazionale verso il raggiungimento dei nostri desideri. Dei nostri obiettivi. Forse, essere degli “ascoltatori attivi” del nostro passato, ci pone nella condizione di imparare una lezione importante per la nostra vita. Ci induce a pensare, a valutare, con spirito creativo e costruttivo ciò che abbiamo fatto. Ci suggerisce di guardare al futuro con occhi diversi. Ci svela le domande propositive e positive che ci aiutano a raggiungere ciò che desideriamo veramente raggiungere. In qualsiasi campo, affettivo, sociale, professionale, scolastico, ecc. ecc. . Se siamo veramente pronti ad ascoltarci in modo attivo, probabilmente cominceremo a porci domande diverse da quelle che ci siamo posti in passato. Potremmo ad esempio chiederci: “Come vivrò i miei prossimi dieci anni?; Cosa intendo fare oggi per costruire il mio domani, verso il quale sono proiettato?; Conosco qualcuno che fa, o che ha, quello che desidero fare o che desidero avere anche io? In che modo lo fa ed in che modo lo possiede? Per cosa sono disposto a battermi da qui in avanti?; Che cosa è veramente importante per me in questo momento e che cosa sarà importante per me a lungo termine?; Cosa posso fare di costruttivo oggi, per influenzare positivamente il mio futuro? Le scelte che farò per arrivare al mio obiettivo, creeranno delle conflittualità interne dentro di me ed in relazione con gli altri?” Credo che queste e tante altre domande simili ci possono aiutare a gettare le basi solide dove costruire ciò che non siamo stati capaci in passato di realizzare.

Una cosa è certa. Domani, da qualche parte saremo arrivati. Il problema è : “Dove?; Chi saremo diventati? Come vivremo? Cosa avremo fatto?” Forse è arrivato ora il momento di fare queste considerazioni!!! Cosa accadrebbe se facessimo adesso i piani per i prossimi nostri dieci anni, non quando saranno passati? Concludendo questo mio messaggio, vorrei congedarmi da voi invitandovi a partecipare con i Vostri graditi commenti. Ciò sarebbe molto interessante. Che ne pensate?

Cordialmente

Massimo Catalucci

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IL FENOMENO DROGA DALL’OTTICA ECO-PSICO-SOCIALE

 

La visione eco-psico-sociale di un fenomeno presuppone di considerarlo come la risultante dell’interazione di condizioni e fattori di varia natura, ma in questa sede, per economia di spazio, delle due principali dimensioni secondo cui si suole considerare il fenomeno droga, mi occuperò soltanto di alcuni fattori in rapporto alla domanda, vale a dire non dell’aspetto traffico mercantile (offerta), ma di quella condizione propria del soggetto che lo porta a usare e abusare (domanda) di sostanze drogastiche.

In effetti, il fenomeno droga costituisce la risultante dell’incontro (della corrispondenza) tra le suddette condizioni che sottendono la domanda ed esosi interessi di mercato.

La connotazione fondamentale e propria dello stesso fenomeno è la dipendenza. Questa, a sua volta, rappresenta un prolungamento morboso della condizione di dipendenza naturale dalla madre durante i primi tempi di vita.

Tale condizione di base, che si origina da deficit e traumi evolutivi della personalità, porta chi ne soffre, non solo ad assumere le droghe propriamente dette, ma  a instaurare rapporti di dipendenza abnorme perfino con altre persone: dai figli come pure dal coniuge.

Preciso che la  finalità prevalente della ricerca eco-psico-sociale è ancora una volta quella della prevenzione.

Certamente, nel riaffrontare questo argomento mi devo porre la questione se valga la pena di scrivere ancora su questo fenomeno su cui ormai da diversi anni si animano innumerevoli dibattiti, si pubblicano numerosi libri e articoli su rotocalchi, quotidiani e periodici. In altre parole, rimane da dire ancora qualcosa di nuovo?

In effetti, sto per riprendere quanto io stesso scrissi su un’esperienza personale didattica già pubblicata sul periodico “L’Intervista Medica” del maggio 1985, per offrire alcune considerazioni a un pubblico diverso da quello medico e per riproporre un aspetto genetico dello stesso fenomeno.

Dò la precedenza a quest’ultimo aspetto sul quale apparve un articolo dal titolo: I Giovani, il Sesso e l’AIDS, sulll’inserto “Un Sorriso per la Vita” nel periodico Il Corriere di Roma del dicembre 1987, ripubblicato sull’8/a ediz. Del Premio Giornalistico, Federico Motta Editore.

 In questa sede l’AIDS viene considerata come una tappa terminale di un iter che inizia dalle carenze affettive nei primi tempi di vita e che, secondo una tesi condivisa dagli autori (R: Bani, P. L. Lando e P. Poli), dà luogo a una condizione umorale dell’organismo caratterizzata da carenza di quelle sostanze comunemente note come ormoni del piacere e della salute e, per gli addetti, sono costituite prevalentemente dalle endorfine.

In base al fatto che la carenza di queste sostanze oppioidi, vale a dire molto simili all’oppio (morfina), fisiologicamente secrete e presenti nei tessuti e circolanti nel sangue di tutti noi, provoca una specie di fame permanente di tali sostanze, si rileva che quando, sia pure accidentalmente, un tale soggetto venga ad assumerle dall’esterno, è come se l’organismo scoprisse l’essenza dei suoi più impellenti bisogni, smettendo di secernere quel tanto di endorfine che sino ad allora era riuscito a produrre da sé. Si genera così quella condizione fondamentale per la determinazione del fenomeno droga costituita dalla dipendenza e dall’assuefazione che, a sua volta, si basa su un’altra condizione patologica che da una cinquantina d’anni è stata resa nota agli studiosi di tutto il mondo da un esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità John Bowbly: la cachessia infantile da carenze di cure materne. 

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LA SCOLARESCA COME GRUPPO DI LAVORO  

 

(di Pier Luigi lando)

 

LA SCOLARESCA COME GRUPPO DI LAVORO

            Se un certo numero di persone si mette o viene messo insieme per un determinato scopo è molto probabile che si accenda una dinamica di gruppo.

            Prima di procedere oltre, occorre almeno un cenno ai fenomeni che si verificano nei piccoli gruppi, descritti da uno dei genitori della psicoterapia di gruppo, W. Bion.

            Si precisa ancora che il modo di funzionamento di un gruppo dipende principalmente dalla personalità del conduttore oltre che da quelle dei componenti il gruppo.

            Si parla di:

-  'gruppo di lavoro' quando il gruppo funziona secondo gli scopi che si era prefissato.

      A mano a mano che il gruppo supererà  i dieci componenti, si potranno generare i seguenti fenomeni:

- 'gruppo attacco e fuga', prevale l'aggressività tra i componenti;

- 'gruppo delle alleanze', si ha la frammentazione con la formazione di sottogruppi;

- ' 'gruppo di dipendenza' dal conduttore (docente, nella fattispecie) quando questi  esercita un particolare fascino carismatico o  seducente. (Sembra che ciascun leader abbia un proprio potenziale di leadership).

      N. B. appena, però, viene meno l'influenza di un tale leader, potranno prendere il sopravvento istanze che daranno luogo a conseguenze comunque problematiche e di vario genere a seconda della situazione psicoemotiva dei componenti il gruppo,
                               

Intanto si rileva che l'atavica tendenza a governare il comportamento di soggetti in età evolutiva con norme disciplinari, è  foriera di rischi che potranno essere peggiori del 'male' che si intendeva contrastare.

            Il ricorso al 'braccio di ferro' potrà venire recepito come una sfida e instaurare una specie d fronte conflittuale, a discapito del  dovuto e vantaggioso rapporto autorevole.

            Senza scadere nel facile cameratismo, anzi mantenendo un dignitoso contegno, chiunque si trovi nel ruolo di educatore potrà sperimentare i vantaggi delle proprie  prestazioni con spirito di servizio, facendo percepire agli educandi che si sia dalla loro parte, che li si sta aiutando ad apprendere ciò che gioverà a loro per la propria vita.

Premesso che ogni comportamento disturbante (così come i cosiddetti capricci nei più piccoli) debba essere inteso come messaggio, al lume di conoscenze di dinamica di gruppo, una classe in agitazione può avere il significato di una lotta per la leadership o/e di una carenza di leadership da parte del conduttore ( nella fattispecie,docente):,

 uno dei fattori disturbanti il gruppo può essere dovuto, oltre che a tensioni represse, comunque irrisolte o esacerbate, proprie della 'fase dell'opposizione e dei dispetti', a 'conti da regolare transferalmente' e connessi con rivalità accese  in seno al gruppo familiare.

A tal proposito si rileva che oggi più che mai un/a ragazzo/a  può giungere a scuola sovraccarico/a di tensione che avrà  'accumulato' (proprio come un accumulatore elettrico) in famiglia che indurrà il soggetto a  ricercare in ogni modo l'occasione per scaricare detta tensione per lui/lei intollerabile. Pertanto sarà portato/a d atteggiamenti provocatori, da 'bullo/a'.

Per inciso; situazioni di grave accumulo di tensione psicoemotiva potranno configurarsi clinicamente come forme depressive e, addirittura; come forme psicotiche, tali da indurre gli addetti a formulare diagnosi di specifiche 'malattie mentali'.

Si rileva ancora che il recente fenomeno delle cosiddette ' bulle' potrà essere spiegato dal fatto che le ragazze¸ oggi, si sentono di gestire  le proprie tensioni (tradizionalmente represse) di persona, non  accontentandosi più  di ' gestirle per delega', magari  'innamorandosi' del bullo fungente da alter ego.

Potrà risultare significativo che, nei giochi allo 'sfottò', frequenti nelle classi scolastiche, si ha il fenomeno del mobbing: 'guai per i timidi, per i più deboli!' Nei loro confronti si scatena la più impietosa e crudele violenza.

Dovrebbe servire da monito specialmente ai genitori che ritengono di 'educare' i figli ricorrendo a metodi autoritaritariamente deterrenti, insomma da domatore di circo equestre o, al contrario, rinunciando a prestare le dovute funzioni educative che dovrebbero aiutare i loro piccoli a incanalare le proprie energie secondo le insite potenzialità evolutive.

Ancora per inciso le conseguenze di improvvisazioni educative potranno  dar luogo a gravi risentimenti che si potranno manifestare molto più tardi, perfino nei confronti del partner coniugale. 

Da tenere sempre presente il ben noto processo del controtrasfert, per cui i docenti e, possibilmente, tutte le persone che hanno a che fare con gli scolari dovrebbero perlomeno avviare a soluzione i propri problemi relazionali, magari giovandosi dei cosiddetti Gruppi Gordon (v. Di Donata Francescano:' Star bene insieme a Scuola').

Sul versante preventivo, al fine di individuare tempestivamente deficit sensoriali (strumenti essenziali per l'apprendimento:  vista e udito) per colmare svantaggi culturali, per facilitare la socializzazione e avviare a soluzione i quasi sempre immancabili problemi relazionali ecc. sarebbe estremamente vantaggioso intervenire qualche tempo prima del momento d'inizio della scuola dell'obbligo, animando, mediante personale appositamente preparato, attività di gioco (il ludico come veicolo il più congeniale per  interloquire con soggetti in età evolutiva) tra scolari destinati a una medesima classe.

Ancora auspicabile sarebbe la  disponibilità di  una ludoteca che affianchi l'opera dei docenti.

 

 

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